«Esci da quella stanza»: Alberto Pellai a Grado, educare i ragazzi nell’era digitale
Al centro dell’incontro, che ha visto la partecipazione di 170 tra genitori, docenti ed educatori, c'era una delle sfide educative più grandi del nostro tempo: il rapporto dei bambini e dei ragazzi con smartphone, social network, videogiochi e, più in generale, con il mondo digitale.
Pellai ha accompagnato genitori, insegnanti ed educatori dentro un cambiamento che, nel giro di pochi anni, ha trasformato profondamente la vita dei più giovani. Il punto di svolta è stato l’arrivo dello smartphone: il digitale ha smesso di essere qualcosa a cui accedere soltanto davanti a un computer ed è diventato un ambiente che possiamo portare sempre con noi.
Ed è proprio qui una delle prime provocazioni della serata: lo smartphone non è semplicemente uno strumento, ma un ambiente di vita.
I nostri ragazzi possono essere molto competenti nell’utilizzo della tecnologia, ma saper fare molte cose non significa necessariamente essere capaci di comprenderne il significato e, soprattutto, di prevederne le conseguenze.
Due vite contemporaneamente
Per la prima volta bambini e ragazzi crescono potendo abitare contemporaneamente due dimensioni: quella reale e quella digitale.
Il digitale può certamente offrire opportunità straordinarie. Pellai, da medico, ha ricordato quanto la tecnologia abbia migliorato anche la medicina, la ricerca e moltissimi aspetti della nostra quotidianità.
La domanda, quindi, non è se la tecnologia sia buona o cattiva. La vera domanda è: quanto spazio occupa nella vita di un ragazzo e che cosa rischia di sostituire?
Ogni ora trascorsa davanti a uno schermo è infatti anche un’ora che potrebbe essere dedicata ad altro: giocare, fare sport, incontrare gli amici, leggere, annoiarsi, parlare, stare in famiglia, vivere esperienze concrete.
Ed è qui che entra in gioco un’altra parola importante della serata: dopamina. Molte piattaforme digitali sono progettate per trattenere il più possibile l’utente, offrendo continuamente contenuti capaci di attirarne l’attenzione. Per un cervello ancora in crescita, soprattutto nella preadolescenza, resistere a questo richiamo può essere particolarmente difficile.
Pellai lo ha spiegato con un’immagine molto semplice: quella della giostra. Dopo un giro il bambino ne vorrebbe un altro, e poi un altro ancora. Non perché sia “cattivo” o capriccioso, ma perché interrompere qualcosa che produce piacere genera frustrazione.
Ed è proprio qui che comincia il compito educativo.
I “no” che aiutano a crescere
Uno dei passaggi più significativi dell’incontro ha riguardato il ruolo dell’adulto.
Educare non significa fare in modo che un figlio sia sempre contento delle nostre decisioni. Ci sono momenti nei quali un genitore deve assumersi la responsabilità di dire no, sapendo che quel limite potrà provocare rabbia, protesta e frustrazione.
Sono, come li ha definiti Pellai, “no che aiutano a crescere”.
Un bambino o un ragazzo non sempre è capace di scegliere ciò che gli fa bene. Molto spesso sceglie semplicemente ciò che gli piace di più in quel momento.
L’immagine utilizzata da Pellai è stata quella di Pinocchio davanti a Lucignolo: da una parte la scuola, che chiede fatica, impegno e costanza; dall’altra il Paese dei Balocchi, dove tutto sembra immediatamente divertente.
Il compito dell’adulto non è chiedere al bambino quale delle due strade preferisca. È aiutarlo, anche attraverso il limite, a scegliere ciò che gli permette di crescere.
Prima di educare loro, guardiamo noi stessi
Ma la serata non è stata un processo ai ragazzi.
Anzi, forse la provocazione più forte è stata rivolta proprio agli adulti.
Possiamo chiedere ai nostri figli di lasciare lo smartphone fuori dalla camera da letto se noi siamo i primi a portarcelo? Possiamo chiedere loro di non utilizzarlo a tavola se durante la cena continuiamo a controllare notifiche e messaggi?
L’educazione passa anzitutto attraverso l’esempio.
Pellai ha raccontato alcune semplici regole adottate nella propria famiglia: pasti senza schermi, telefoni lasciati fuori dalle camere durante la notte, momenti della vita familiare nei quali il digitale viene semplicemente messo da parte.
Non si tratta di essere contro la tecnologia. Si tratta di rimetterla al suo posto.
«Dentro i tuoi occhi»
Particolarmente intenso è stato il momento conclusivo, quando Pellai ha letto alcune pagine di Dentro i tuoi occhi, mettendosi idealmente dalla parte di un bambino.
Un bambino cresce anche attraverso lo sguardo di mamma e papà. Cerca negli occhi dell’adulto sicurezza, conferma, affetto, protezione.
Eppure quante volte quello sguardo è nascosto dietro uno smartphone?
Alla recita scolastica, alla partita, al saggio, al parco giochi rischiamo di essere così preoccupati di registrare il momento da dimenticare di viverlo.
Forse un bambino non ha bisogno che conserviamo cento fotografie della sua recita. Ha bisogno, mentre cerca tra il pubblico, di incontrare gli occhi di qualcuno che sta guardando proprio lui.
Nessuno può educare da solo
Dalle domande del pubblico è emersa infine un’altra questione decisiva: nessuna famiglia può affrontare da sola questa sfida.
Se un bambino è l’unico della classe a non avere uno smartphone, per i genitori mantenere una scelta educativa diventa molto più difficile. Per questo Pellai ha insistito sull’importanza delle alleanze educative e dei patti digitali di comunità.
Famiglie, scuola, associazioni sportive, oratori e comunità educative possono scegliere insieme alcune regole condivise.
Anche le esperienze estive e i campi senza smartphone possono diventare occasioni preziose: inizialmente i ragazzi protestano, ma poi scoprono che si può stare insieme, giocare, parlare, ridere e vivere intensamente senza essere continuamente connessi.
Non si tratta allora semplicemente di togliere uno smartphone dalle mani di un ragazzo. Bisogna essere capaci di offrirgli qualcosa di più bello: relazioni, amicizie, sport, gioco, esperienze, tempo condiviso, adulti presenti.
Tornare a essere villaggio
Forse proprio qui possiamo raccogliere il messaggio più importante lasciato dalla serata.
Per educare un ragazzo non basta una regola e non basta nemmeno una famiglia lasciata sola. Serve una comunità capace di assumersi insieme una responsabilità educativa.
In un tempo nel quale siamo tutti molto connessi, il rischio paradossale è quello di diventare sempre più soli.
La sfida è allora tornare a guardarci negli occhi, recuperare il valore delle relazioni reali e costruire nuove alleanze tra adulti.
Perché, come è stato ricordato al termine dell’incontro, per crescere un bambino ci vuole un villaggio.
E forse oggi una delle responsabilità più belle delle nostre comunità è proprio questa: tornare ad essere villaggio.